lunedì 6 novembre 2017

Il continente di Aeskelon

Visto che in un post precedente avevo introdotto il continente di Smoold, quello che fa da sfondo agli eventi di cui al romanzo "Ciò che deve essere fatto", per non fare discriminazioni mi sembra giusto proseguire col continente di Aeskelon, sul quale si sono svolte invece le vicende narrate in "L'arena dei draghi".

Tra l'altro, Aeskelon è molto più gradevole da descrivere che da visitare: è il continente più selvaggio di tutto il mondo di Remniskar Thloth; selvaggio, giusto per tentare di rendere l'idea, circa come la mia dolce metà quando ha il ciclo, ha esaurito le sigarette, mi ha spedito a comprarle... e io sono in ritardo.
Vicino alla Soglia Elementale del fuoco (questo il link per chi ancora non conoscesse le Soglie Elementali), è ricco di vulcani e fumarole - in particolare nella parte rivolta verso detta Soglia.
Alti rilievi e ghiacciai caratterizzano invece le zone centro-settentrionali.
Si tratta di un continente più ricco di creature "allo stato brado" che di vere e proprie culture: qui hanno le loro tane un buon numero di draghi e vivono caotiche comunità di folletti di ogni genere...
Sulle coste sud-occidentali, si incontrano diverse repubbliche marinare gnomiche, nessuna delle quali ancora assurta a posizione di netto predominio sulle altre, la cui economia risulta seriamente minacciata dai tributi che questo o quel drago viene di quando in quando ad esigere.
Nel sottosuolo, verso est, la rigida magocrazia nanica di Ther Fek cerca di sfruttare a proprio vantaggio l'immenso potere del calore del sottosuolo e di imbrigliare tale naturale forza per utilizzarla nelle proprie fucine ed industrie, per poi rivendere i prodotti alle repubbliche marinare del sud ovest. Nel resto del continente, la maggior parte delle "culture" sono costituite da popolazioni barbariche appartenenti alle razze più disparate (e/o disperate).

Tra le varie piantine da me recentemente riscoperte, ovviamente figurava anche quella di questo continente (anche perché se no, per non sfigurare, ne avrei presentato uno diverso), quindi, ecco...


domenica 15 ottobre 2017

L'arena dei draghi - Trama

Draghi! Queste antiche figure dalla leggendaria potenza, nate dal caos primigenio delle forze elementali della creazione, hanno ripreso le loro incursioni ai danni della repubblica marinara gnomica di Àruet.

Cosa li ha indotti a rompere la tregua che Syog Pribbo, lo gnomo benedetto da Jaras, aveva ottenuto millenni addietro con la propria miracolosa predicazione?

Come mai sembrano più organizzati, più determinati e più resistenti ai poteri empatici con cui gli gnomi sono soliti difendersi?

Quale misterioso disegno li spinge a rapire gli individui più letali con le armi e più potenti quanto a capacità esoteriche o soprannaturali?

Cosa attende i pochi fortunati che riescono a sopravvivere per un anno nell'arena dei draghi?

Questa non è una storia di idealizzati eroi. Questa è l'impresa di un pugno di avventurieri che lottano per sopravvivere. Il fatto che la sorte della ricca repubblica di Àruet sia nelle loro mani, è puramente incidentale.

Per leggere l'inizio:
- Prologo
- Capitolo 1

lunedì 9 ottobre 2017

Il pianeta di Remniskar Thloth

...Ed ecco il "post successivo a parte"!
(Per chi non sta capendo il bizzarro incipit: in questo post fornisco dovuti chiarimenti promessi in un post precedente).
(Oh, e per chi non sta capendo l'entusiasmo che il punto esclamativo finale potrebbe suggerire: d'accordo, ammetto che è del tutto immotivato).

Qui affronto più in generale la geografia high fantasy del pianeta di Remniskar Thloth, l'ambientazione di tutti i romanzi che ho scritto fino ad ora.
Visto che è integralmente inventato da me, ovviamente non poteva essere un pianeta troppo normale... e ciò si evince già dal primo dettaglio: questo mondo non è tondo, come la Terra (e come un sacco di altri mondi privi di fantasia che l'hanno in ciò copiata), bensì piatto, quadrato.

E dire che, tanti anni fa, quando avevo avuto questa idea, avevo anche pensato di essere stato chissà quanto originale... Poi (una delle tante ferite che il mio orgoglio ha dovuto sopportare) ho scoperto che il grande scrittore di fantasy umoristico Terry Pratchett aveva già da tempo immaginato un mondo piatto (il Mondo Disco) e forse ancora più bizzarro del mio.

Ma lasciamo perdere le persone troppo geniali come Pratchett (se vi interessassero, che ci fareste sul mio blog?) e torniamo a me e alla mia ambientazione, Remniskar Thloth. Un mondo quadrato, dunque. E come la mettiamo con l'altezza e la profondità? Bene, sono semplicemente ignote: nessun mortale sa con esattezza quanto in profondità si estenda il sottosuolo e quanto in altezza il cielo.

Il lato di Remniskar Thloth misura circa centomila chilometri ed il pianeta risulta per la maggior parte occupato da acqua, con le terre emerse raggruppate in quattro principali continenti, disposti all'incirca lungo le diagonali, da parti opposte rispetto al centro.

Le diagonali, il centro e i lati del quadrato sono tutte zone molto speciali e decisamente magiche. La zona più ricca di potere magico è il centro del quadrato. Tale zona è anche designata (dai pochi che ne hanno conoscenza) "Fonte Arcana", in quanto è da tale punto che pare originarsi il flusso di magia che investe l'intero pianeta.

Le diagonali del quadrato sono invece le "Direttrici Arcane", in quanto la magia scorre più copiosamente lungo di esse.

I lati del quadrato, infine, sono le famose "Soglie Elementali" la cui spiegazione avevo lasciato in sospeso (per non fare troppo tardi ed evitare le reprimende della mia compagna - oggi invece ho già fatto tardi e sono già stato ripreso, quindi ho tutto il tempo del mondo).
Ciascuno di questi lati (già reso piuttosto notevole dal fatto di delimitare la fine del mondo) è fortemente influenzato da uno dei quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco).

A ciascun lato del mondo corrisponde un preciso punto cardinale: il nord è associato al lato dell'aria, l'est a quello del fuoco, il sud a quello della terra e l'ovest a quello dell'acqua. Su Remniskar Thloth, pertanto, gli aghi delle bussole puntano regolarmente verso la direzione in cui si trova Soglia Elementale dell'aria, posizionandosi perpendicolarmente alla linea della Soglia stessa.

Il sole sorge sempre da est, quindi dalla Soglia Elementale del fuoco, percorre un ampio arco nel cielo e, al tramonto, scompare alla vista dietro la Soglia Elementale dell'acqua, a ovest. La luna segue invece il percorso inverso: sorge da ovest, dalla Soglia Elementale dell'acqua, per tramontare a est, dietro la Soglia Elementale del fuoco. Viene da sé che, ovviamente, su Remniskar Thloth non si hanno mai quelle assurde sovrapposizioni di astri che, sulla Terra, generano le eclissi di luna o di sole!

Le stelle sorgono da sud (Soglia Elementale della terra) e tramontano a nord (Soglia Elementale dell'aria), mentre le comete che di rado vengono avvistate seguono regolarmente il percorso inverso (ovvero transitano nei cieli lungo un arco che parte dalla Soglia Elementale dell'aria, a nord, per concludersi dietro la Soglia Elementale della terra, a sud).

La Fonte Arcana riveste un'importanza vitale anche a livello fisico, per Remniskar Thloth: da tale punto, difatti, sgorgano le acque che, spandendosi intorno uniformemente, formano gli oceani del pianeta, e l'atmosfera che, analogamente diffondendosi in ogni direzione, genera correnti d'aria che spirano verso i confini del mondo. Da si può ben comprendere l'oggettiva difficoltà, per una qualunque creatura pur capace di volare o di nuotare, di raggiungere la Fonte Arcana!
Una volta che le correnti marine ed aeree si avvicinano alle Soglie Elementali, si hanno altri fenomeni notevoli, a seconda della Soglia in questione... fenomeni che nessun ardito navigatore o transvolatore che si sia mai spinto così avanti da ammirare ha mai potuto tornare indietro a riferire.

A nord, verso la Soglia Elementale dell'aria, l'acqua va sempre più rarefacendosi, divenendo gradualmente più eterea, meno densa... fino a fondersi alle correnti d'aria stesse, che si perdono nel loro elemento naturale, al di là della Soglia stessa.
A est, verso la Soglia Elementale del fuoco, l'acqua e l'atmosfera vanno sempre più riscaldandosi... fino a evaporare, bruciare ed annullarsi nell'infernale calore emanato dalle immediate vicinanze della Soglia stessa.
A sud, verso la Soglia Elementale della terra, acqua e aria si fanno sempre più pesanti, ferme, stagnanti... fino ad annullarsi, dapprima in una malsana e fangosa palude, poi in un desolato deserto di roccia.
A ovest, verso la Soglia Elementale dell'acqua, l'aria si fà progressivamente più umida... fino a fondersi, nelle immediate vicinanze della Soglia, alle acque stesse, generando un copioso flusso congiunto che scompare in una spettacolare cascata al di là del magico confine.

I quattro continenti che sorgono dalle acque di Remniskar Thloth sono i seguenti: Aeskelon, Tugurnia, Shilthern, Smoold; sono tutti di forma piuttosto irregolare e si trovano ciascuno all'interno di uno dei quattro quadranti in cui il mondo risulterebbe diviso dalle linee che congiungono i centri dei lati tra loro opposti.

Almeno tre di questi continenti dovrebbero essere noti alla nutrita schiera dei miei lettori: Smoold difatti funge da sfondo agli eventi di cui al romanzo "Ciò che deve essere fatto", Aeskelon a "L'arena dei draghi" e Tugurnia all'intero ciclo dell'Alhat.


mercoledì 4 ottobre 2017

Il continente di Smoold

Giusto due cenni sul continente di Smoold, quello che fa da sfondo agli eventi di cui al romanzo "Ciò che deve essere fatto".

Smoold è un continente che si potrebbe definire "umido"... più o meno come l'Everest si potrebbe definire "alto". Le coste sono flagellate regolarmente da burrasche e tempeste, complice, probabilmente, l'influenza delle Soglie Elementali dell'acqua e dell'aria (zone mooolto particolari, approfondiremo magari in un post successivo a parte - se no faccio troppo tardi e la mia compagna mi burrisce per l'ennesima volta), di conseguenza i contatti con altri continenti sono eventi rarissimi e sempre ascrivibili ad interventi magici. Il rilievo è basso, prevalentemente a carattere collinoso e le valli ospitano sovente paludi e acquitrini, soprattutto nelle parti centrali del continente.
Le zone costiere a nord e a est sono essenzialmente sotto il controllo della psicocrazia umana di Efflooger, che fonda il proprio potere sulle capacità mentali di telepati, scanner e sensitivi, e dall'impero di Tzass Tzakk, dominato (e principalmente popolato) dagli Tzani, curiosi ibridi tra gnomi e zanzare giganti.
Le terre centrali sono proprietà dell'impero Snoogl dei Rosk, tozzi ibridi tra nani e ranocchi, ma sono presenti anche svariate comunità composte da razze non anfibie o che non amano scavare nel fango e che vengono tollerate purché versino regolare tributo (e prestino servizio militare quando necessario).
Le coste di sud ovest, infine, sono reclamate dalla teocrazia elfica dell'Antico Popolo, composta da elfi che adorano le tenebre e la notte.

E infine, visto che viviamo in un'epoca in cui domina l'immagine, ecco una rudimentale piantina del continente...
(Sì, lo so, lo so, non è molto accurata, ma che dovrei sbattermi a fare? Di questi tempi abbiamo tutti il navigatore, suvvia!)


domenica 10 settembre 2017

Marcello Gnani intervistato su “Ciò che deve essere fatto” da… Marcello Gnani!

OK, sì, ha probabilmente poco senso che io mi intervisti da solo… ma dopo tutto lo si può anche vedere come un mio modo di essere coerente fino in fondo: già ho fatto ricorso all’autopubblicazione. Di conseguenza, per cercare di annunciare il mio nuovo romanzo in autonomia, mi sono dovuto dare all’autopromozione… Sarà poi così scandaloso, a questo punto, procedere con un’autointervista?
Ed ecco quindi Marcello Gnani Intervistatore che, per conto della prestigiosa rivista “So darn fantasy magazine” si accinge a intervistare Marcello Gnani Autore


Gentile Marcello, è un vero piacere per me intervistarla. Conosco tutti i suoi romanzi fantasy e li ritengo di notevole livello.

Lei è davvero molto gentile; in fatto di fantasy, deve avere gusti molto simili ai miei… Mi piacerebbe che tali gusti fossero condivisi da una più vasta gamma di lettori.

Suvvia, che lei sia ancora poco noto è un dato di fatto, ma non può ignorare che c’è già qualcuno che ha definito Remniskar Thloth, l’ambientazione da lei creata e in cui ha ambientato tutti i suoi romanzi, come “superba”. E comunque, vedrà, la sua scelta di rilasciare questa intervista alla mia rivista “So darn fantasy magazine” risulterà certo determinante…

Sì, questo lo auspico anch’io... Anche se confesso che, non avendo mai sentito nominare la sua rivista, mi ero preso la briga di cercarla in edicola, ma purtroppo senza riuscire a trovarne una sola copia… Anzi, molti edicolanti mi guardavano con una faccia… Come se non ne avessero mai sentito parlare.

Ah, capisco, anche lei ha commesso questa ingenuità. Eppure il titolo dovrebbe parlare chiaro: “So darn fantasy magazine”… La nostra rivista è così dannatamente fantasy, che non esiste nel mondo reale - del resto, se no, che fantasy sarebbe? Abbiamo una fortissima tiratura nella Terra di Mezzo, per non parlare poi delle copie che vendiamo nei Forgotten Realms o in Eberron… là, soprattutto tra le gilde dei ladri, vanno (letteralmente) a ruba. Ma non troverà un solo numero della nostra rivista qui, nel nostro mondo.

Uh ehm… Chiaro… Quindi sto per diventare una celebrità per un sacco di lettori immaginari… Mi permetterà, però, giusto per non trascurare troppo i lettori reali, quelli “del nostro mondo” come li chiama lei, di pubblicare in internet l’intervista?

Certo, si figuri! Ma ora entriamo nel vivo: il suo ultimo romanzo si intitola “Ciò che deve essere fatto”. Come mai questo titolo?

Questo titolo mi pare ben (rap)presentare il romanzo sotto molteplici aspetti. Anzitutto, si tratta della parte conclusiva di un antico adagio nanico: “Ci sono volte che un nano deve fare ciò che deve essere fatto” e il protagonista principale, il nano Paer, ha ben presente tale motto. “Eroe” meno idealizzato di altri, Paer non è per nulla ansioso di lanciarsi in imprese pericolose; quando si risolve a farlo, è perché riconosce che è lui quello che ha migliori probabilità di riuscire con successo a fare “ciò che deve essere fatto”. E’, insomma, il suo senso civico e il suo senso del dovere a muoverlo. E un titolo come “Ciò che deve essere fatto” mi sembra rendere molto l’idea del senso del dovere che permea tutto il romanzo.

Ah, un romanzo incentrato su valori di questo genere non potrà che attirare l’attenzione dei nostri lettori nani!

Già… e immagino anche qui, “nel mondo reale” in generale e in Italia in particolare, quanto spopolerà… magari tra i “furbetti del cartellino”... Mmpf! Forse questi valori, per molte persone, sono ormai più fantasy che realtà.

Ma se la pensa così, perché ha scritto un romanzo del genere?

Forse perché ritengo, nel mio caso, che sia “ciò che deve essere fatto”. Dopo tutto… fintanto che qualcuno parla (o fa parlare) di questi valori, significa che questi non sono ancora spariti, giusto?

E la decisione di devolvere i suoi proventi derivanti dalla vendita di questo libro per contribuire a pagare le cure di Gessica Notaro? Anche questo lei ritiene che sia “ciò che deve essere fatto”?

In effetti, anche qui ho seguito l’impulso della mia coscienza… ciò che secondo me andava fatto. Vede, trovo che quanto accaduto a Gessica sia una ingiustizia tremenda. In nessun mondo, reale o fantastico, dovrebbero succedere certe cose. Purtroppo, il fattaccio è ormai accaduto… e non è più in potere di nessuno cancellarlo. Ma se col mio piccolo gesto potrò almeno contribuire a mitigarne le conseguenze, sarà per me una soddisfazione enorme.

Insomma, ha voluto a suo modo (e in più modi) lasciarsi ispirare da Paer, il protagonista del suo romanzo. Torniamo dunque a lui; lei sottolineava poco prima il fatto che si tratti di un eroe poco idealizzato.

Così poco idealizzato, che io “eroe” lo avevo messo tra virgolette… Percepisco invece, dall’intonazione con cui ha pronunciato la parola, che lei, le virgolette, non le ha utilizzate!

Davvero un udito fine e sensibile il suo… O mi legge nel pensiero? Comunque d’accordo, diciamo “eroe” se così preferisce. Ma ora ci spieghi più in dettaglio.

A dire il vero, anche nei miei precedenti romanzi ho sempre cercato di tratteggiare i protagonisti con un certo realismo, mettendo in evidenza le rispettive luci ed ombre… ma spesso i protagonisti di maggior rilievo possedevano in effetti doti di spicco, d’eccezione. Con Paer, ho voluto approfondire (e narrare) un eroismo più umano ed in un certo senso più alla portata di tutti.
Paer non è un guerriero invincibile; ha soltanto una certa esperienza di avventure e combattimenti, che gli garantisce qualche possibilità di sopravvivenza in più dei suoi concittadini più pacifici.
Paer non è senza paura, anzi, ne è letteralmente perseguitato! Qui, però, ho riscoperto (e tenuto a riproporre) una verità che il mio autore fantasy preferito, David Gemmell, mi aveva insegnato: non c’è vero eroismo senza paura. Del resto, quando il dovere chiama… ecco che Paer combatte coraggiosamente contro la propria paura e, per lo più, la vince - finendo per imbarcarsi nell’ennesimo pericoloso cimento.
E come se non bastasse che Paer non è senza paura… scopriamo nel romanzo che non è nemmeno senza macchia! Difatti, nel corso della storia, più volte si ritrova a far i conti con un passato di cui, evidentemente, non va orgoglioso.
Quindi, se Paer non è invincibile, non è senza paura, non è senza macchia… lei non trova che assomigli abbastanza a noi, a ciascuno di noi? Eppure, Paer è l’idolo della propria città. Perché? Perché Paer, a dispetto dei propri limiti, comunque si sforza di ascoltare la propria coscienza, di interessarsi di chi gli sta vicino e di aiutarlo quando e come può... di fare insomma “ciò che deve essere fatto”. E’ questo il suo eroismo. Un eroismo più alla portata di tutti, dicevo… ma non per questo banale né affatto scontato (o non sarebbe più eroismo!). Io vorrei tanto che nel mondo reale avessimo più Paer.

Dunque un “eroe” meno fantastico e più reale di tanti altri. Del resto, anche il suo fantasy in generale e questo romanzo in particolare mi pare ben poco idealizzato.

Sì, questo senz’altro. La mia ambientazione è medievaleggiante, quindi, nei miei romanzi, ci si deve attendere un livello di violenza circa in linea con quello di tale epoca. Non che mi diletti di scene macabre o cruente presentate per il solo gusto dello shock, però non mi piace nemmeno sublimare la crudezza che fa parte del vissuto dei miei personaggi. Sì, insomma, nei miei fantasy in generale e anche in “Ciò che deve essere fatto” in particolare, si ritrova un realismo, per intenderci con esempi celebri, in linea con quello di George Martin, o di Mark Lawrence, o di David Gemmell. Tra l’altro, chi, come me, è appassionato di Gemmell, potrà forse riconoscere come uno dei personaggi che compaiono nel romanzo sia, quanto a letalità, simile a diversi eroi gemmelliani e, di più, come una determinata scelta che costui farà ne ricordi una che (mutatis mutandis) anche l’"Uomo di Gerusalemme", John Shannow, aveva compiuto (e che, appena avevo letto, mi aveva sorpreso - e dunque colpito - molto).

Ah, certo, ricordo… Anch’io nel leggere quella scelta ero tornato con la mente a John Shannow. Ma ora, tornando a Paer, lei dice che nel mondo reale vorrebbe più persone come lui. Quindi, invece, secondo lei, di persone furbe e opportuniste come Nrak “Cuore d’Oro”, la madre di Paer, ne abbiamo d’avanzo?

Questo lo sta dicendo lei! Io mi dissocio…

Ma, scusi se la interrompo, come si dissocia? Io e lei siamo la stessa persona, casomai lo avesse dimenticato!

E allora? Non ha mai sentito che “Dada è libertà: può essere quindi anche contro Dada”? Io pertanto non potrò a volte essere anche un po’ contro me stesso? Ma mi lasci spiegare: il punto è che io non sono una persona che condanna facilmente. Se da un lato è vero che Nrak, con la sua furbizia, il suo opportunismo e la sua scarsa empatia, è piuttosto antitetica a Paer, io d’altro canto cerco sempre di non dimenticare che la bellezza di ogni individuo risiede nella sua originalità - nel suo essere se stesso, magari integrato con gli altri, eppure diverso dagli altri. Chi ci dice che anche un elemento come Nrak, sotto i giusti stimoli, non possa cambiare, in tutto o in parte, e imparare a mettere furbizia e lucidità al servizio del bene comune, anziché del proprio privato tornaconto? E chissà a quel punto quanti benefici sarebbe in grado di apportare a tutti!

Hmmm… Sì, certo...

Lei ne dubita? Ma perché poi? Consideri che un “furbo” come Nrak potrà forse imbrogliare un “eroe” come Paer… ma mai vincerlo definitivamente, perché non potrà mai renderlo uguale a sé. Il “furbo” può forse ammucchiare denaro, onori e privilegi, tesori in genere (il che in sé non fa schifo, ammettiamolo), ma un “eroe” conosce tesori che il “furbo”, semplicemente, non è in grado di vedere (per lo meno non fintanto che, con una evoluzione come quella che ho descritto, non diventa un po’ “eroico” a propria volta). Quindi, un “eroe” non si farà mai “furbo”. Mentre un “furbo” potrebbe un giorno farsi (almeno in parte) “eroico”, se riuscisse a capire quanto gli conviene. Io, quindi, ho speranza anche per gente come la nostra “Cuore d’Oro” Nrak!

Dato che il discorso è caduto su Nrak, approfondiamo a questo punto il tema della famiglia di Paer… dal momento che in questo fantasy il protagonista non è solo al mondo, ma interagisce con madre, padre, nonna, sorella, promessa sposa…

Sì, questo è un altro punto che avvicina Paer a noi comuni persone del mondo reale: Paer ha una famiglia. In molti altri romanzi fantasy che ho letto, il tema della famiglia del protagonista non è sviluppato in modo molto approfondito. Come già notavo in una mia presentazione della mia opera su anobii, spesso le famiglie degli eroi fantasy sono clamorosamente assenti… o perché del tutto taciute, o perché brutalmente sterminate a inizio vicende, o perché ridotte a un solo membro (padre? fratello?) scampato al massacro o all’oblio soltanto perché utile come antagonista… Sì, insomma, ho visto così tanti autori fantasy evitare la complicazione della gestione di una famiglia (anche solo un po’) “normale” per il protagonista, che io mi sono sentito allettato dal tentare invece il cimento. Ed ecco quindi Paer che, già dal primo capitolo, nel bel mezzo di una delle proprie imprese, è intempestivamente costretto a ricordarsi che non si deve azzardare a venir meno agli impegni familiari. Proseguendo, per tutto il corso delle varie vicende, sempre le aspirazioni di Paer devono fare i conti con le opinioni della famiglia (madre e nonna in primis) e della promessa sposa e con gli eventuali vincoli che talvolta ne derivano. E, come nelle migliori famiglie, talvolta le differenze di vedute portano a opposizioni notevoli, da cui possono arrivare a scaturire misure davvero drastiche...

Ah, certo, lei si riferisce a cosa decide la famiglia quando Paer si mette in testa di porre fine…

Sì, sì, proprio a quello (siccome siamo la stessa persona, so bene a quale episodio sta pensando)! Ma, mi perdoni, se ora la interrompo io, non vorrei che facessimo un simile spoiler.

D’accordo, ma mi dica allora almeno questo: nel sottolineare come familiari o persone care in genere, pur con le migliori intenzioni del mondo, possano mettere i bastoni tra le ruote a chi sceglie di fare “ciò che deve essere fatto”, lei ha attinto al proprio vissuto personale?

Indubbiamente, uno scrittore è bene che scriva di ciò che conosce; di conseguenza, le situazioni familiari mie e di altre persone a me molto ben note sono state una imprescindibile base di ispirazione e di partenza… Io però preferisco sempre rimaneggiare e riadattare la realtà (talvolta anche di molto), piuttosto che trasporla tale quale nelle mie opere; quindi posso assicurare che le vicessitudini di Paer con i propri cari sono solo e soltanto sue… non esistono persone del mondo reale alle quali io mi sia permesso di “rubare” (o anche solo prendere a prestito) i trascorsi. Non farei mai una cosa del genere, né a me stesso né ad altri.

Benissimo, niente furto di trascorsi dunque. Ciò è davvero lodevole. Ma c’è anche chi la ha velatamente accusata di bestemmia. Che può dirci al riguardo?

Beh, no, non esageriamo, nessuno mi ha apertamente rivolto accuse del genere. C’è semplicemente stato chi ha notato che un paio di nomi di divinità che compaiono nel romanzo assomigliano molto a bestemmie o imprecazioni. Si tratta però di niente di più che di un gioco di parole! Le due divinità incriminate sono divinità degli orchi. La prima che compare, è il dio orchesco della bestemmia. Questo nume incarna il disprezzo che tipicamente esibiscono gli orchi verso la sacralità… e viene venerato col nome di Orco Dio. La divinità che ha preso in moglie, la quale si concede occasionalmente ai fedeli più meritevoli (gli orchi non sono troppo per le ricompense spirituali), è invece nota come Orca Puttana. Come si può ben notare, non ho fatto altro che rimaneggiare orchescamente una bestemmia e una imprecazione… ma senza alcuna intenzione di bestemmiare effettivamente né di incentivare o difendere una pratica, come la bestemmia, dalla quale io, personalmente, mi astengo con convinzione. Nella mia vita io non ho mai detto *@^&*^!%@%*! e non comincerò certo adesso.

Tecnicamente, l’ha appena detto…

Eh no! Io ho soltanto alluso… Non ha fatto caso che ho pronunciato la parola offuscata? Quindi, in fin dei conti, non l’ho pronunciata.

In effetti, ha ragione. Ma ora che abbiamo parlato tanto sul romanzo, per concludere, allarghiamoci per un momento a lei e alla sua opera. Fino a oggi, lei ha pubblicato soltanto romanzi fantasy. Come mai questa predilezione per questo genere?

Dev’essere per il mio grande amore per la libertà. Che è poi lo stesso motivo per cui amo tanto il mio attuale lavoro principale, quello di programmatore. Come Linus Torvalds aveva una volta osservato, un programmatore è (in un certo limitato senso, aggiungo io) un dio per il computer. Qualsiasi operazione (tra quelle possibili per il computer) il programmatore ordini al computer, il computer la fa. E la fa nel modo che il programmatore gli ha insegnato a farla. Non ci sono discussioni o esitazioni. Il programmatore comanda, il computer esegue.
Le faccio un esempio: se io ordino a un mio amico matematico di calcolarmi il risultato di 1/0, so già che avrò delle difficoltà. Anzitutto, il mio amico potrebbe rifiutare di farsi comandare e mandarmi a quel paese, che magari l’ho disturbato mentre era impegnato in attività per lui più piacevoli o interessanti. Ma anche se trovo il mio amico matematico in un momento in cui è disponibile, collaborativo e di ottimo umore, di sicuro la prima risposta che ottengo è che “non ha senso calcolare un numero diviso zero”, più eventuali supercazzole su limiti di 1/x per x tendente a zero da destra o da sinistra.
Col computer, tutto diverso. Se tra le operazioni per lui possibili figura la divisione e io gli comando di calcolare 1/0, neanche una piega. Lo fa. Magari il risultato non ha senso (la qual cosa non mi sorprenderebbe, dato che il mio ipotetico amico matematico ha dopo tutto ragione: 1/0 non ha significato). Magari scateno un errore da qualche parte. Ma ciò non importa. Il punto è che il computer lo fa. Esegue l’operazione. Sensata o meno che sia. Ed io ne vedrò gli effetti. Qualsiasi senso o scopo questi abbiano per me. Il computer non si permette di sindacare. Io dico, lui fa. Tocca a me e a me soltanto, dargli ordini che producano effetti sensati o, comunque, da me desiderati (o meglio ancora, dai miei clienti desiderati, se voglio che mi paghino).
Scrivendo un fantasy, io godo di una libertà molto simile, dal momento che posso immaginare un mondo completamente altro dal nostro, governato dalle leggi fisiche o magiche che più mi piacciono e popolato da qualsiasi creatura io mi prenda la briga di inventare. A quel punto, tocca a me e a me soltanto, creare una ambientazione e una storia che sia sensata o, comunque, a me gradita (e meglio ancora gradita pure ai miei lettori, se voglio che mi leggano).

Se è tanto il suo amore per questo genere di letteratura, immagino stia già pensando al suo prossimo libro, se non addirittura lavorandoci!

Al momento, purtroppo, sono preso da altre questioni, perché per me scrivere romanzi fantasy è sicuramente un passatempo molto bello… ma anche molto esigente. Cercare di creare un prodotto di qualità richiede molto tempo e fatica tra ricerche, ideazione, stesure,  correzioni, riscritture... A maggior ragione se ci si deve autoprodurre, perché in quel caso si è del tutto abbandonati a sé stessi e bisogna occuparsi anche di aspetti per i quali, normalmente, un autore ha importanti aiuti esterni. Un esempio fra tanti? L’editing: se non si ha una casa editrice alle spalle che metta un editor a disposizione, deve sopperire l’autore in qualche modo (o cercandolo e pagandolo di persona, o sostituendolo con amici volenterosi e sufficientemente critici che leggano il romanzo, o…). Ma non solo. Anche una volta realizzato un prodotto di qualità (attività che, nel mio caso, in media mi richiede un anno), se si è abbandonati a sé stessi, la fatica non è affatto conclusa! Occorre continuare a lavorare per promuoverlo e venderlo (non a caso, è quello che anche ora sto facendo nel rilasciare questa intervista).
Di conseguenza, ora che è un periodo della mia vita in cui ho margini di tempo più risicati, sono restio a progettare già un prossimo romanzo.
Però, mi viene in mente una cosa che una volta ho detto a una persona a cui molto tengo, per cercare di consolarla da un brutto rovescio della sorte che aveva avuto: “Una delle cose che la vita mi ha insegnato, è che non possiamo mai essere sicuri di ciò che il domani porta”. Di conseguenza, armato del mio abituale ottimismo, io sono sempre restio ad abbandonare del tutto la speranza. Al momento, non sto progettando nuove produzioni letterarie, ma… chi può saperlo? Un domani magari mi attiverò anche per il prossimo romanzo.

Glielo auguro di cuore… visto il fervore con cui ci ha presentato il suo libro e la passione con cui ci ha parlato della sua attività di scrittore. E me lo auguro anche per tutti coloro che già hanno imparato ad apprezzare i suoi romanzi; le ho già detto in apertura di intervista che li ho letti tutti e che mi sono piaciuti! La ringrazio per aver concesso l’intervista a “So darn fantasy magazine”, è stato un vero piacere incontrarla di persona. Buona giornata!

Si figuri, piacere mio! E una buona giornata anche a lei

giovedì 31 agosto 2017

Ciò che deve essere fatto - Trama

Paer c'è cascato per l'ennesima volta.
A dispetto di tutti i migliori propositi (nonché sacri giuramenti!) di tenersi fuori dai guai e del suo profondo disprezzo per gli idealizzati eroi senza macchia e senza paura di cui sempre cantano le saghe, è sempre la stessa storia: quando qualche sventura o pericolo minaccia la sotterranea città nanica di Traágrin o anche soltanto qualcuno dei nani che la abitano, alla fine tocca sempre a lui mettersi in gioco e rischiare la vita tra mille spaventi.
Ma si sa, come recita un antico adagio, "ci sono volte che un nano deve fare ciò che deve essere fatto".
E dunque, Paer (proprio per questo soprannominato Difensore), ogni volta che è chiaro che è lui ad avere le migliori probabilità di riuscita o, per lo meno, di riportare a casa la pelle, si fa forza, e va... a dispetto dell'ostacolo che una madre decisa e autoritaria, un padre fanfarone, una nonna apprensiva, o una promessa sposa non troppo ardentemente desiderata possono rappresentare.
Spesso combattuto tra il proprio notevole senso del dovere, un passato con cui finir di fare i conti e le proprie paure (o magari anche solo legittime aspirazioni a una vita meno turbolenta), saprà Paer fermarsi prima di accettare qualche cimento superiore alle proprie capacità?

Per leggere l'inizio:
- Prologo
- Capitolo 1

mercoledì 30 agosto 2017

Ciò che deve essere fatto - Capitolo 1

Sottosuolo nei pressi di Traágrin,
anno 240524 dalla fondazione di Traágrin,
giorno di Liíro, 13 Graákel


Un dito più a sinistra e avrebbe perso l'occhio. Così, invece, il khanjar, il ricurvo e minaccioso coltellaccio del goblin, lo mancò e scivolò a lato, con uno stridio fastidiosissimo, sulla superficie di metallo del carrello retrostante.
"Giuro per la Forgiatrice, questa è l'ultima volta" lottò per non lasciarsi sopraffare dal panico Páer. Per un istante, fu certo che il kriss, pugnale dalla caratteristica lama serpeggiante, con cui l'altro goblin stava per infilzarlo avrebbe colpito al di sotto dello strato di cuoio borchiato dell'armatura e gli avrebbe aperto le carni.
Invece, la botta disperata che il feroce nano aveva fatto partire, il lesto affondo del manico di pieno acciaio della tabar, fu più rapido. Colse il goblin sull'elmo cornuto. Il gracile umanoide emise un acuto verso di dolore, mentre l'elmo ammaccato gli scivolava dalla testa. Barcollò indietro di un passo e crollò stordito.
Quello col khanjar morse a Páer una mano priva di protezione, per ostacolarlo, poi colpì con la lama al collo. Gli attraversò la folta barba riccia, tingendone il biondo scuro di sangue.
I goblin, simili, nell'aspetto a gnomi fangosi, pustolosi e abbruttiti, sono assai meno massicci dei nani, oltre che un poco più bassi, ma ciò che a loro manca in stazza, viene abbondantemente compensato da pura e feroce cattiveria. Una volta che Páer, detto Difensore, aveva aggredito gli ultimi sei goblin, quelli che stavano trainando sulle rotaie del binario morto l'ultimo carretto di minerale aurifero, tre erano caduti, uno dopo l'altro, sotto i colpi della pesante tabar. Ma gli altri tre non si erano lasciati intimidire. Si erano fatti sotto, per portarsi a una distanza alla quale la pesante ascia sarebbe stata pressoché inutile... a differenza delle loro corte armi. Uno non ce l'aveva fatta. Due sì.
Ora, uno di questi era riuscito a colpire.
Ci riprovò, ma Difensore, stringendo i denti per soffocare il dolore, strattonò la mano imprigionata. La liberò. I denti aguzzi del goblin avevano morso a sangue.
Il gomito del nano scattò e spaccò il labbro del pugnace nemico. Gli occhi marroni del nano si socchiusero con odio, scacciando per un momento dolore e paura. Incrociarono per una sola frazione di secondo quelli stretti e omocromi del goblin. Il biondo capo ricciuto del nano era già scattato. Fracassò il naso della feroce creaturina, facendola abbattere a terra.
Finirli. Doveva farlo subito, prima che potessero riprovare ad ammazzarlo. La ferita al collo gli bruciava. Páer a tratti invidiava e a tratti odiava quegli eroi delle storie di Némo Profeta, che affrontavano battaglie su battaglie senza battere ciglio. Difensore, invece, nel corso di ogni scontro, aveva sempre paura. Veniva il momento in cui la concentrazione della lotta o la furia della pugna aiutavano a relegare la paura in un angolo. Ma che brividi, quando una punta passava vicino all'occhio, quando una lama rischiava di recidere un'arteria, quando una botta minacciava di fracassare un osso...
«Páer, ricordati di non fare tardi!» echeggiò improvvisamente, all'orecchio del teso nano, la voce di sua madre.
Il nano perse qualche preziosa frazione di attimo a trasalire, brandendo la propria fida tabar di nuovo a due mani, e a volgersi sbalordito.
«Perché lo sai che domani sera, a cena, festeggiamo il nuovo filone scoperto da tuo padre» proseguiva, spietata e imperterrita, la voce della nana, sempre all'orecchio di Difensore. «E devi avere anche il tempo di lavarti e cambiarti!Non vorrai offendere la tua famiglia piombando trafelato, all'ultimo momento e vestito da straccione?!»
Magia! Quella nana ossessionante di sua madre era ricorsa a un sortilegio di telecomunicazione per ricordargli di prepararsi per la cena! E proprio in quel momento, in cui il collo gli faceva male per un taglio appena rimediato e ci aveva quasi lasciato la pelle! Si trattenne dall'imprecare soltanto perché temeva che l'incantesimo potesse veicolare l'inopportuna risposta. E Nrák, la madre di Páer, davvero, davvero, davvero non era una nana che convenisse offendere.
«Quindi, datti una mossa» proseguì lo stregato messaggio. Ma il nano cessò di prestarvi attenzione: i due goblin si stavano riprendendo. Ciò significava che stavano per riprovare a ucciderlo.
Difensore emise un verso belluino, forse impressionante, ma per il resto inutile, mentre calava la tabar in un forte fendente contro il nemico più vicino, quello a cui aveva rotto il naso. Il goblin riuscì a scansarsi di misura. La pesante lama d'acciaio emise un fracasso assordante, nonché alcune scintille, cozzando sulla pietra. Il goblin colse l'occasione per scagliare il proprio khanjar, da una distanza dalla quale sarebbe stato difficile sbagliare anche per uno gnomo sbronzo.
«E vedi di non farti accoppare!» si concluse nel mentre il magico messaggio di Nrák.
Il khanjar sibilò accanto all'orecchio di Páer. O il goblin aveva una mira peggiore di quella di uno gnomo sbronzo, o il fatto di dover tirare in tutta fretta, col naso rotto e mentre un nano furibondo gli urlava addosso, ben intenzionato a farlo a pezzi, doveva avergli impedito di rendere al meglio.
Difensore gli si avventò contro con una falcata e lo calciò a una gamba. Páer aveva sempre avuto un piede di dimensioni ragguardevoli, per essere un nano; un piede che, calzato in un duro stivale nanico dalla punta accentuata, strappò nuove alte grida di dolore alla vittima.
«Così starai più fermo» bofonchiò Difensore, calando una seconda volta la tabar. Questa volta col riscontro di un disgustoso rumore di carne macellata e di un ultimo grido di dolore.
Inutile dire che l'altro goblin aveva avuto ogni agio di finire di riprendersi, di recuperare il proprio pericoloso kriss dalla lama serpentina e di sfruttare le proprie magiche facoltà per mimetizzarsi.
"Ci mancava anche questa" pensò Páer, volgendo gli occhi ora qua, ora là, sul chi vive. La ferita, che sarebbe probabilmente risultata letale sulla morbida pelle o sul debole corpo di un Superficiale come un umano o uno gnomo, non era affatto grave, per Difensore. Le carni naniche, di proverbiale resistenza, avevano riportato un taglio non troppo profondo. Ma un taglio è sempre un taglio e a Páer dava fastidio. Avrebbe preferito potersi rilassare, potersi bendare, potersi felicitare di esserne uscito vivo ancora una volta, magari riportare a Traágrin il carico che quei maledettissimi goblin avevano rubato e, a scanso di suscitare le ire della propria famiglia, lavarsi, cambiarsi e raggiungerli a cena.
Invece, no. Doveva guardarsi le spalle da un maledetto goblin mimetizzato.
Se i nani, difatti, grazie alla loro parentela con la roccia, sono incredibilmente resistenti, i goblin, affratellati al fango, sanno essere viscidi e furtivi... Non è punto semplice, individuare un goblin ben nascosto.
«Senti, goblin,» tentò la via del dialogo Difensore, parlando nella lingua Snòogl, utilizzata in tutto il vasto impero Ròsk dal medesimo nome «finiamola qui».
«Non mi puoi ammazzare da solo» sperava di non sbagliarsi Páer. Maledetto collo! E maledetti brividi lungo la schiena. In verità, forse, un colpo fortunato...
«E mi sembri un tipo a posto» proseguì il nano. «Ti lascio vivo.» ("e tu farai altrettanto, vero?" pensò Difensore) «Io vado via col mio tesoro... e tu con la tua pellaccia».
Niente. Forse era già andato. O forse era d'accordo e aspettava solo che Páer se ne andasse. Maledetta ferita, che fastidio! Il nano vi passò quasi istintivamente una mano sopra.
Il goblin eruppe alle sue spalle, emergendo da una pozza di fango che avrebbe dovuto essere troppo piccola per celarlo. Ma i goblin sfruttano fino in fondo le pur ridottissime risorse magiche di cui godono. Una mano ancora lorda di acqua e melma afferrò i ricci biondo-scuro di Difensore e l'altra calò il kriss verso il collo.
Non era stato un colpo fortunato. Ferito una seconda volta, ma ancora vivo e vegeto, Páer replicò con una possente gomitata. Allacciò con la propria gamba quella del goblin e lo fece incespicare. Vi si lasciò cadere sopra per non dargli alcuna possibilità di svicolare di nuovo. Voleva schiacciarlo. Ma caddero su uno strato di pantano.
Il goblin cercò di guadagnare lo spazio di affondare il kriss ancora una volta, ma il nano non glielo concesse. Levò alta la destra, in cui ora stringeva una frastagliata pepita d'oro nativo, di dimensioni e peso ragguardevoli.
«Volevi l'oro?» ringhiò Difensore «Eccolo!»
E gli spaccò la tempia con il pesante sasso.
Bene. Finalmente, poteva occuparsi delle proprie ferite. Roba da poco. Ma fastidiosa. Anche se poteva andare ben peggio. Se quel maledetto messaggio magico fosse arrivato prima, tradendolo mentre era impegnato a cercare di sorprendere tutti e sei i goblin...
Fu allora che Páer cominciò a invidiare anche un'altra caratteristica degli eroi delle storie di Némo: non avevano parenti. Quasi tutti orfani. Di altri, semplicemente, non si faceva parola alcuna dei familiari; né genitori, né nonni, cugini, zii...
E Difensore li capiva benissimo! Ma come si poteva andare a cuor leggero a combattere un eventuale potentissimo signore del male, con mamma e papà, dietro, a tirarti per l'armatura per implorarti (o ordinarti) di restare al sicuro? O coi nonni, da un lato magari ancora più preoccupati, e dall'altro magari bisognosi di assistenza da un momento all'altro? O con ogni altro genere di cari inermi, pronti a essere sfruttati come ostaggi dai nemici più spietati?
Per non parlare poi di quando ti chiamavano a cena mentre stavi rischiando di farti uccidere...

Traágrin,
anno 240524 dalla fondazione di Traágrin,
giorno di Sygèro, 14 Graákel


«È tornato il Difensore!» tuonò Gáot, uno dei minatori che erano stati vittime della razzia.
«Per il martello della Forgiatrice, Páer!» esclamò Tjár, un altro dei minatori, strabuzzando i neri occhi e affrettandosi ad accorrere «Ce l'hai fatta!»
«Avevate dubbi?» emerse, sudato (ma almeno non più sanguinante), Páer da dietro i carretti minerari che aveva spinto di nuovo fino a Traágrin.
«Il giorno che io non sarò più capace di occuparmi di un pugno di goblin,» si bullò il nano trionfatore «sarà quello in cui voi non saprete più occuparvi di tre carretti d'oro!»
Con grasse risate e il cuore riscaldato dal ritorno del minerale rubato, Gáot, Tjár e tutti i loro colleghi minatori si affrettarono a circondare il loro "Difensore", a battergli pacche sui fianchi e sulle spalle e a osannarlo.
Il furto in sé non sarebbe bastato a compromettere l'economia della industriosa comunità mineraria; ma ci sono poche cose che i nani amano più delle gemme e dei metalli preziosi! Se gli odiati goblin fossero riusciti a passarla liscia dopo un colpo del genere, lo smacco morale subito da tutta la città sotterranea di Traágrin sarebbe stato gravissimo. Ora, invece, era tutto di nuovo come doveva essere.
Grazie a Difensore Páer.
"Quanto sarebbe tutto dannatamente perfetto, se solo i tagli al collo smettessero di darmi fastidio" pensò privatamente l'idolo locale, mentre la notizia del suo ultimo successo si diffondeva dalla zona delle miniere a quella urbana con la velocità di un incendio in un pagliaio. La fasciatura, improvvisata dal nano con strisce del proprio stesso abito, aveva arrestato del tutto la perdita di sangue (tanto che egli l'aveva tolta giusto poco prima di arrivare), ma avere la carne tagliata non era per nulla tanto confortevole quanto averla integra!
«Páer! Páer!» gridavano le due ali di nani che l'eroe del giorno trovò schierate ai lati della strada ricavata tra le stalagmiti e gli strapiombi della grande caverna.
«Difensore! Difensore!» tuonavano invece altri.
Non ci sono molte cose capaci di indurre un nano a interrompere il proprio lavoro. Che così tanti nani si fossero sentiti spinti ad allontanarsi momentaneamente dalle proprie quotidiane occupazioni per celebrare il suo ritorno, riempì Páer di orgoglio. Forse, dopo tutto, affrontare le avventure non era così male. Lo faceva sentire bene. O, per lo meno, meglio. Il ricordo di un bambino attraversò la sua mente, fuggevole come un fantasma.
Páer si incupì. Per un poco, non sentì più le ovazioni che i concittadini festanti continuavano a tributargli. Poi, gradatamente, il buon umore ritornò. Era già di nuovo capace di sorridere, quando riconobbe suo padre, Nóar, tra la folla, vicino all'ingresso delle mura. I biondi capelli di Nóar erano più chiari di quelli del figlio, nonché ormai qua e là lievemente striati d'argento, ma il nano si ergeva così fiero, da parere imponente quanto i bastioni delle mura esterne, pareti così alte da raggiungere il soffitto dell'ampia caverna e chiudere la città completamente, come si trattasse di un immenso, unico edificio.
«Eccolo!» il nano indicò Páer a due amici, segnandolo a dito «Mio figlio! Nessun altro ci sarebbe riuscito, ma nessun problema, per lui! Ha sbaragliato tutti e venti i razziatori!»
A poco sarebbe servito protestare che i goblin erano stati soltanto dodici. E che non li aveva "sbaragliati", ma seguiti, braccati e eliminati a poco a poco. Rischiando di lasciarci la pelle contro gli ultimi sei. Suo padre, solitamente impassibile e temperato come ogni nano che si rispetti, quando si trattava di lui, si lasciava puntualmente trascinare all'eccesso. Indubbiamente, entro poche ore, i razziatori sarebbero diventati trenta, forse anche quaranta. E avrebbero avuto al loro seguito anche guardie scelte orchesche, o rinnegati Ròsk, o esoteristi Superficiali.
Il padre avrebbe persino cercato di convincere lui che le cose erano andate così.
Dopo aver scambiato pacche esuberanti e fragorosi convenevoli coi compaesani, Difensore superò le porte dell'urbe nanica e, senza bisogno di arrampicarsi per le occasionali scale a chiocciola che conducevano ai livelli di minor prestigio, raggiunse la sontuosa dimora presso la quale ancora viveva con la famiglia. Sua nonna Ljád, che non la finiva mai più, con le preghiere che lui abbandonasse la sua vita da "disgraziato", termine che la poveretta utilizzava per designare gli avventurieri. Sua madre Nrák, che gli voleva altrettanto bene... ma che aveva un poco di fiducia in più nelle sue capacità e tollerava che egli le mettesse a frutto, anche se cercava puntualmente di indurlo a ricavarne maggiori profitti. Suo padre Nóar, che sembrava sinceramente convinto che nulla fosse impossibile per lui.
Peccato, che, ultimamente, tutti loro fossero anche convinti che lui dovesse...
Páer scacciò con stizza il fastidioso pensiero e andò a prepararsi per la cena. Il preciso orologio ad acqua che dominava la parete di fronte all'ingresso principale dell'abitazione lo informava che non aveva tempo da perdere.

Il viso di Nrák, segnato da rughe per l'abitudine a espressioni di freddezza, stizza o disapprovazione, si illuminò del consueto sorriso compiaciuto.
Era entrato Páer.
Il suo Páer, come ricordava sempre a sé stessa, soddisfatta.
Che figlio meraviglioso. Aveva tutto quello che si potesse desiderare in un nano. Era forte. Era bello. Era ricco. Almeno di famiglia.
Non era stato a caso che Nrák aveva scelto il proprio marito, quando era stato il momento. Ella, grazie al proprio vantaggioso matrimonio con Nóar, aveva fondato una famiglia decisamente abbiente. E, assieme al marito, ne aveva amministrato il patrimonio con abilità e spiccato senso degli affari, al punto da far meritare ancora di più alla famiglia il nome di "Tóar Kút", ovvero "pietra dura", letteralmente, ma, più comunemente, "gemma"... e da guadagnare a sé stessa il soprannome di "Cuore d'Oro", per lo speciale posto che oro e ricchezze avevano nel suo cuore.
Crescendo, Páer sarebbe potuto diventare il nano più influente di tutta Traágrin; il signore assoluto della comunità. Sarebbe bastato solo che la finisse di essere Difensore. Che la smettesse con quella sua mania dei favori. Era l'idolo di tutti, nella città sotterranea... ma che cosa ricavava, da ciò? Soltanto di venire chiamato puntualmente a rischiare la vita a ogni minima occasione.
Che bramasse l'avventura, a quell'età, Nrák poteva anche capirlo. Cosa capiva, un nano, ad appena centotré anni? Un nano non ha una vita effimera quanto quella di creature più sventurate, come ad esempio i comuni esseri umani, che maturano (e invecchiano) cinque volte più rapidamente... Che Páer si divertisse pure, dunque. Ma la nana, al suo posto, si sarebbe data assai più da fare, in fase di accordi preliminari e di discussione di ricompensa. Pazienza; col tempo, sarebbe maturato. Ne era certa.
Era suo figlio.
«Ben tornato» lo salutò Cuore d'Oro, con quel controllato calore con cui lo ricompensava quando era contenta di lui. Era tornato. Era ancora intero. Si era lavato e cambiato. Era elegante. E puntuale. E se, per giunta, magari, questa volta...
«Quanto te ne è venuto in tasca?» provò a informarsi la nana, speranzosa.
Páer, nella propria ampia ed elegante cioppa scagliosa in pelle di drago sotterraneo, parve colto per un momento in fallo, mentre prendeva posto davanti a un piatto di succulento stracotto (di drago sotterraneo anche quello), ma seppe subito sfoggiare quel gioviale sorriso davanti al quale nemmeno la madre riusciva a insistere a rimproverarlo a lungo e rispose: «Trenta rote».
Nrák avrebbe voluto sprofondare. Trenta rote. Per aver recuperato un carico d'oro capace di valerne più di duemila. Si appuntò mentalmente di far visita alla stirpe di Juékna ta Kóar (nome che significava "Mani di Metallo"). Avrebbe ripatteggiato lei una ricompensa adeguata per il servigio che il suo Páer aveva appena reso loro.
Rasserenata dalla prospettiva di quanto avrebbe potuto estorcere alla famiglia a cui apparteneva il carico, Cuore d'Oro rispose al sorriso del figlio e replicò, piegando appena il capo dai folti capelli corvini sul quale aveva posto un elegante diadema con un rubino al centro: «Non vale neanche la pena di arrabbiarsi, con una testa di granito come te. Almeno ti sarai divertito. E poi hai portato a casa la pelle».
«Perché? Era pericoloso?!» si allarmò subito Ljád, l'anziana nana dai capelli ormai un poco radi e del tutto bianchi, ghermendo subitaneamente il braccio del nipote, il quale si era appena seduto a tavola, accanto a lei.
«No, nonna» Difensore fissò i propri cheti occhi marroni in quelli omocromi, ma già velati di lacrime e assai preoccupati, dell'anziana interlocutrice. «Mamma diceva per dire. Lo sai che sto sempre attento».
«Ma se stai attento...» ragionò Ljád, già angosciata, avvicinandosi pericolosamente alla soglia di un pianto a dirotto «... vuol dire che c'è pericolo!»
"Sì, certo che c'è pericolo, nonna!" avrebbe voluto gridare Páer "E tutte le volte che parto non sono sicuro né di tornare, né di farlo tutto d'un pezzo. Devo averla ereditata da te, questa paura dannata che mi segue passo passo tutte le volte che rischio la pelle! Ma ci sono volte in cui un nano deve fare quello che deve essere fatto".
Sfogatosi mentalmente nel volgere di pochi istanti, Difensore fu in grado di rispondere, a voce, in maniera assai più pacata: «No, nonna; nessun pericolo, davvero. Chiedi a tuo figlio!» e si volse con un aperto sorriso a Nóar, chiamandolo in causa «Papà, secondo te ho corso qualche rischio?»
«Certo, come no?» sghignazzò il biondo nano «Quello di annoiarti! Che ostacolo potevano mai essere, venti goblin e qualche orco, per un vero nano come te?»
«Dodici, papà» cercò stancamente di correggere l'altro Páer. «Erano soltanto goblin ed erano solo in dod...»
«Comunque,» si intromise Nrák «possiamo stare tutti tranquilli».
Il sorriso scaltro che traspariva dalla compostezza quasi perfetta della madre non piacque per niente a Difensore.
«Ci penserà Láevak,» continuò nel mentre la nana, confermando i peggiori sospetti del figlio «ad aiutare il nostro ragazzo a tenere la testa a posto!»
I volti di tutti i presenti si rischiararono tanto quanto quello di Páer si incupì.
«Io non voglio Láevak» tentò di protestare Difensore.
«Una così brava figliola...» commentò Ljád, con quel tono di gnolosa delusione che Páer odiava.
«Forse» concesse Difensore. «Ma io...»
«Una così bella figliola...» lo interruppe Nóar, strizzandogli l'occhio con espressione di complice lascivia.
«Lo vedo da me» replicò l'altro. «Però...»
«Lei ti ama, Páer!» fece, accorata, Fróak, sua sorella minore, guardandolo con quei suoi occhi blu come lapislazzuli, grandi ed espressivi.
«Non voglio lei!» batté il pugno sul tavolo Páer «Io voglio...»
«Noi abbiamo scelto lei» lo interruppe Nrák con tono fermo. «È ricca. È bella. È assennata. È perfetta per te, figlio mio. Quindi tu domani andrai a chiedere la sua mano a casa Óger to Ljukamáert».
Tutti gli sguardi della famiglia erano fissi su di lui. Avevano deciso. Per chissà quale maledettissimo motivo che sfuggiva alla comprensione del nano, la sua famiglia era tutta conquistata da lei. Quante volte ne avevano discusso? Eppure, niente. Con l'andare del tempo, non avevano fatto altro che rinsaldarsi nella loro convinzione.
Per una frazione di un momento, Difensore fu tentato di comportarsi come un Superficiale. Di ribellarsi alla famiglia. Alle regole. Alle tradizioni.
Ma fu appena un attimo.
Páer non era un Superficiale. Non era umano, o un elfo, o un esponente di una qualunque di quelle altre razze assurde e incostanti che rifuggivano il solido ordine del sottosuolo per condurre esistenze vane tanto quanto gli aperti spazi che vi facevano da sfondo. Egli era un nano e da nano, riconoscendo che la famiglia aveva preso una decisione collegiale e definitiva, cessò ogni protesta.
Chinò il capo e disse solo: «Obbedisco».
Poi, cercando consolazione nel cibo, si sputò sulle mani e se le sfregò l'una con l'altra, nel gesto rituale che ogni nano ben educato compiva prima di cominciare un pasto. E pensare che esistevano razze così mal informate da avanzare dubbi sull'igiene dei nani...
Mentre tutti facevano a gara per congratularsi con Difensore e per ripetergli quanto fosse fortunato, nella mente del nano si fissarono solo le parole della madre, la quale, ammorbidendo lievemente il tono, gli disse: «Credimi, figlio mio, quella è la nana per te. Domani compirai un passo che non avrai mai motivo di rimpiangere».
Ma la lucida nana calcolatrice non sapeva quanto si stava sbagliando, al riguardo.